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La vicenda

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Reggio Calabria, 1 febbraio 2008, ore 20:40.
Degli spari. Sono tanti: sette.
Sembrano petardi. Contemporaneamente il cancello si apre. E si richiude.

Attendo invano il rumore della chiave. “Pronto? Natalia. Eri tu? No… allora era papà.” Ti chiamo, ma il telefono squilla a vuoto. “Roberto, per favore scendi un attimo… ho sentito il cancello…”

Di sotto il buio è interrotto dal lampeggiante di una autoambulanza. La Smart sembra parcheggiata sul marciapiede opposto. Ci sono vetri dappertutto. Mi avvicino, sei ancora in macchina, forse ti è caduto qualcosa. Ti chiamo, ti scuoto. E capisco. Grido. "Pronto, Tata? Hanno sparato papà…"

A Roma, in aeroporto, in coda per il check-in. Squilla il telefono. “Ciao ‘pà, sto rientrando. No, stasera non passo, si farà tardi… Sai, è stata una settimana impegnativa ma tutto procede. No, no, sono solo stanco… Ci vediamo domani, ciao…"
Strani rumori, saranno interferenze. Dopo pochi minuti il telefono squilla ancora, è Roberto. E urla: “Pronto, Wa’? Hanno sparato papà…"

Al ristorante, con i miei allievi. Mi hai insegnato tu che anche questo è un modo come un altro per fare gruppo. Driiiin. Scusate: “No mamma, non ero io. Sarà stato papà, ciao." E dopo un po’, un’altra chiamata: “Roby, ma cosa dici? E come sta? Non è possibile…"

Il dolore esplode. Per un attimo il tempo si ferma.

Chissà dove, qualcuno lo ha voluto; giù in strada, qualcun altro lo ha eseguito; qualcun altro ancora, forse, ha visto qualcosa che non racconterà.
E una persona perbene ha perso la vita. Improvvisamente, Giovanni non c’è più.

E ha portato con se il suo sorriso storto e il suo passo flemmatico, lasciandosi dietro un buco nero nel quale sono stati risucchiati i suoi affetti, i suoi amici, i suoi collaboratori, il suo lavoro, le sue passioni. E un sacco di interrogativi: perché ti hanno voluto uccidere? Cosa hai visto? Cosa hai saputo? Chi hai disturbato? Perché questa barbarie? E’ un segnale? E per chi?

Un tempo le risposte le avevi tu…